Simone Campanati riprende con una mirrorless un villaggio galleggiante in Cambogia.

Come ho girato un documentario da solo

Simone Campanati Videomaker By Simone Campanati - 26 gennaio 2017

Quando un caro amico mi propose di partire con lui per la Cambogia con l’intento di girare qualche video sul progetto della sua Onlus, mi bastò un attimo per capire che era l’occasione di fare ciò che più al mondo amo fare: un documentario. Quale occasione migliore? Avevo più o meno tutto: un posto esotico ancora considerato terzo mondo, un progetto umanitario bello pronto, la presenza di un amico che conosceva a memoria i luoghi più importanti e un po’ di idee su cui lavorare.

Come farsi scappare un’occasione così? Male che andava, avrei vissuto un’esperienza irripetibile in un posto incredibile.

Passarono mesi da quella proposta, tanto che ormai sembrava un’idea svanita e lontana. E invece la cosa si fece sempre più interessante; l’associazione che opera in Cambogia stava sviluppando proprio in quel momento un nuovo progetto, e aveva seriamente necessità di testimonianze video. Così intorno a fine settembre mi hanno contattato per un briefing.

Subito la mia testa si inerpica nella ragnatela delle possibilità di sviluppo. Penso in grande. Due operatori, due telecamere, slider, fonico e – se riesco a portarlo – pure un bel drone. Inizio immediatamente a scrivere la sceneggiatura, sono super gasato. Trovo l’idea, che come sempre ti sembra quella della vita. E Poi? Poi come spesso accade tutto si ridimensiona, “non c’è budget”.

Un biglietto aereo e alloggio per una sola persona. Questo il budget per realizzare il documentario. Non si molla e non si demorde, il documentario lo voglio fare a tutti i costi. Mi piace il progetto, mi piacciono le persone che lo sviluppano, e amo raccontare attraverso il video.

Nel giro di un mese sono già in volo verso Siem Reap.

Set Up del Videomaker solitario

Set up di base per videomakers per realizzare un documentario in Cambogia

Faccio un passo indietro al pre-partenza. La prima cosa importante da capire è il set up delle riprese. Chiaramente se sei solo la prima cosa è VIAGGIARE LEGGERI, così la mia scelta è ricaduta su:

  • Sony alpha 7sII: una mirrorless leggera, con 4k in camera, grazie al quale avrei anche potuto scegliere due tagli di inquadratura sulle interviste.
  • Una Canon 6d usata come muletto nel caso di problemi con la telecamera madre (e fidatevi, ne ho avuti)
  • Due obiettivi Canon Serie L, 24 – 70mm e 70-200mm potevano bastare, ma sapevo che sarebbe servito anche il grandangolo, cosi avanti anche col 16 – 35mm. Un’ottica zoom non me la potevo permettere, sarebbe stato consigliabile in questo caso specifico un obiettivo Sony Fe 24 – 240mm f/3.5 – 6.3, avrebbe coperto le distanze focali necessarie per il mio progetto senza dover mai cambiare ottica. (Le difficoltà incontrate nel girare un video in Cambogia sono argomento del secondo episodio: 7 difficoltà che devi conoscere se vuoi girare un video in Cambogia)
  • Un treppiede Benqo con testa fluida Manfrotto. In dotazione avevo anche uno slider inseribile sul treppiede. Nessuno dei due è il massimo della comodità, lo so, ma ho voluto provare a fare qualcosa di più artistico, salvo poi scontrarmi con la dura realtà del luogo.
  • Un microfono ntg3 rode collegato ad un Tascam dr40. Quanto è stato importante lo so solo io…
  • Una Go pro usata una sola volta (ahimè si è subito rotta)
  • Un faretto da 128 led e uno da 500watt, simpaticamente definiti attira insetti dai colleghi dell’associazione.
  • Due zaini porta attrezzature.

Una nota sulle batterie al litio: non tutte le compagnie accettano più di 3 batterie al litio; ad esempio la Singapore Airlines non le vuole in stiva.

Effettivamente non rifarei più queste scelte, la leggerezza e la praticità in questi casi sono due cose veramente primarie. L’ho capito quando abbiamo iniziato a macinare chilometri, a camminare in salita e in mezzo alla giungla. Ho imparato che un documentario si racconta anche con poco: Una camera, un’ottica, un cavalletto e un buon set up audio e una storia emozionante.

Simone Campanati in fase di shooting senza treppiede in Cambogia

Il maggiore dei problemi, in questi casi, è che non esiste una vera produzione. Esisti tu stesso, ed è un attimo trasformare il tuo progetto in una sorta di filmino vacanze, quindi mi sento di darvi un paio di consigli, alcuni imparati dall’esperienza di anni e altri direttamente da questo viaggio.

Leggi anche il secondo episodio di Videomaking in Cambogia:
7 difficoltà che devi conoscere se vuoi girare un video in Cambogia

1: Nessuna paura di rompere le scatole

Provate a chiedere tutto quello che volete alle persone che sono con voi, che conoscono il luogo in cui vi trovate, soprattutto se non avete tanto tempo a disposizione. Se avete bene in mente cosa volete portare a casa, ma non avete avuto il modo di organizzare le cose da casa, il momento migliore per farlo è appena siete in loco. Avevo 10 gg per girare tutto, ed era molto importante avere una produttività elevata.

2: Non essere esoso

A tutti piacerebbe girare il video della vita da soli, carrellate, drone, slow motion, bokeh, camminate in steady. Ma quando ci si trova a guardare il portafoglio e non c’è aria di verde, e ci si gira in cerca di un aiuto e non si trova nessuno, la prima regola da seguire è la semplicità. Stiamo parlando di documentari, dove il 70% della scena è fatto da ciò di cui parli e da come ne parli, non tanto da come lo mostri. Quindi non fare troppi salti con la mente, sii semplice e diretto. Osa quando puoi, ma guarda sempre l’obiettivo che ti sei prefissato, perché un qualsiasi intoppo in queste situazioni può risultare deleterio.

3: Conosci due parole di Inglese

Se non mastichi l’inglese assicurati di avere qualcuno che interagisca per te. Una comunicazione errata produrrà grosse perdite di tempo e rischia fortemente di non farti ottenere il documentario che avevi in mente.

4: Fai un planning dei lavori

Organizza subito il programma di lavoro con chi ti seguirà sul campo, coi contatti che ti sei creato o con fonti provenienti dal web. Ogni giorno devi avere ben preciso il piano A, cosi come il piano B (le piogge spesso mi hanno costretto a cambiare i miei programmi, e avere già un’alternativa in mente mi ha aiutato tantissimo).

5: Armati di ottiche stabilizzate

Fai in modo di avere ottiche stabilizzate (la 7s mark2 ha uno steady shot stabilizer discreto – ma ho trovato più utile lo stabilizzatore dell’ottica stessa) perché ti potresti trovare in situazioni in cui il treppiede non è permesso (se volete sapere l’assurdo motivo, leggete il prossimo episodio: 7 difficoltà che devi conoscere se vuoi girare un video in Cambogia).

6: Non pretendere di controllare tutto

Lasciati trascinare dagli eventi. Se ciò che stai facendo va oltre le tue aspettative (ad esempio un’intervista ti regala più di quanto ti stessi aspettando) cavalca l’onda, lascia perdere il programma per un attimo, fai che quel momento sia prolifico.

Ho realizzato due video interviste non programmate. Inizialmente sembrava una perdita di tempo, in realtà sono riuscito a far sì che fossero produttive insistendo, facendo tante domande, arrivando anche a cambiare lo stato d’animo delle persone. Morale: ho guadagnato un pomeriggio sulla tabella di marcia.

7: Fai quel cavolo di back-up

Dopo ore di lavoro vorrete solamente buttarvi su un comodo materasso e dimenticare tutto per un po’. E invece no: SD alla mano e via a scaricare il girato, farne un back-up, controllare tutte le clip, perché se qualcosa è andato storto (come un pelo sul sensore, o un audio che vi ha tradito) rischiate di tornare a casa e iniziare a imprecare in turco.

Alla fine come sempre tutto dipende da te, dalla tua capacità di problem solving, di adattamento e di organizzazione.

Continua con il secondo episodio di Videomaking in Cambogia:
7 difficoltà che devi conoscere se vuoi girare un video in Cambogia

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