Videomaking in Cambogia, episodio due. 7 problemi che potresti incontrare girando un documentario.

7 difficoltà che devi conoscere se vuoi girare un video in Cambogia

Simone Campanati Videomaker By Simone Campanati - 13 febbraio 2017

Il mondo del video è una figata e sapete perché? Perché ogni volta è una scoperta, non sai mai cosa aspettarti, chi sarà il prossimo cliente e cosa vorrà raccontare, quale sarà il prossimo posto che esplorerai e le prossime persone che incontrerai nel tuo percorso. Gestire un video, scriverlo, girarlo, dirigerlo ti permette di entrare in tante situazioni e di conoscere uomini e donne sempre diversi. Ripeto: che figata!

Ci sono però, come in tutte le cose, i lati negativi, o perlomeno le difficoltà oggettive che si incontrano nel percorso che ognuno di noi fa. Spesso dipendono poco da te, e a volte anche cambiando prospettiva non riesci a determinarne la riuscita. Quelle sono le volte in cui l’unica via d’uscita è il senso di adattamento, la calma e il sangue freddo.

Tutto questa pappardella per dirvi che se volete girare un documentario in Cambogia, o qualsiasi video più o meno professionale, realizzarlo non sarà semplice come potreste pensare.

Nella mia esperienza appena vissuta ho riscontrato i seguenti problemi che potrebbero assillare il videomaker e che vorrei raccontarvi per prevenire, soprattutto quando il soggetto che poi dovreste curare è la vostra telecamera o il vostro conto.

Strada impolverata della Cambogia, una delle difficoltà del videomaker

Hai già letto il primo episodio di Videomaking in Cambogia?
– Come ho girato un documentario da solo –

Bene, partiamo.

Batterie al Litio

Ora, io non ho volato tanto e quasi mai con grandi compagnie. Quindi, non essendo esperto di queste cose, prendete con le molle questa parte. Il primo problema che ho riscontrato si riferisce alle batterie al litio. Ne avevo 12, ma la Singapore Airlines mi permetteva di portarne solo 3 in cabina e nessuna in stiva. Non ricordavo nemmeno quante ne avessi, e quando ho scoperto questa regola ho dovuto decomporre il bagaglio per controllarne il contenuto. Ecco, e ora come faccio? Ne conto appena 9 in eccedenza… Sì, nove. Le cose sono due: o le butto o le butto. Per fortuna anche in questo caso una via d’uscita c’è. Ne ho rifilate 2 ad ogni mio compagno di viaggio e le rimanenti le ho imbarcate a persone che viaggiavano con un altra compagnia ma che avrebbero comunque vissuto questa esperienza con me.

In virtù di questo, il consiglio che vi do è di informarvi prima con le compagnie, ad esempio la Thai non crea problemi di questo tipo, e organizzarvi per tempo.

Maltrattamenti aeroportuali

C’è poco da dire, sappiamo tutti come vengono trattate le valigie, ho visto la mia schiantarsi contro il tapis roulant in maniera decisamente prepotente. Ho pensato “dai ti pare che si sia danneggiato qualcosa…?”. Bene: lcd della Sony a7sII rigato. Purtroppo la Singapore in veste di SilkAir non permette di portare in cabina la macchina fotografica; mentre all’andata, partendo prima con la Singapore e prendendo la Silkair allo scalo, sì. I casi della vita. Quindi imballate bene, soprattutto al ritorno, la vostra attrezzatura.

Polvere, Polvere e ancora polvere

A Siem Reap c’è più polvere che ossigeno. Per polvere intendo terra, sabbia, strade praticamente mai asfaltate; e, dove lo sono, ricoperte comunque da polvere. Scenicamente è qualcosa di suggestivo, ho amato fin da subito questa cosa caratteristica. Almeno fintanto che non sono salito su un tuk tuk.

I tuk tuk sono quei mezzi composti da un baldacchino trainato da uno scooter, che quando scendi sembri Fantozzi. Se vuoi riprendere a bordo di un tuk tuk è d’obbligo avere una copertura per la camera, oltre ad organi corporei preparati ad accogliere grammi e grammi di sabbia. Mi rivolgo, soprattutto, ai disattenti, di cui faccio palesemente parte: l’attenzione più grossa va riposta quando siete in fase di cambio ottiche.

Al terzo giorno ho incominciato a vedere sulle immagini dei segni neri aventi forme strane. Ebbene sì, erano peli e polvere che stavano appoggiate serenamente sul sensore, e – chi conosce il mestiere lo sa – è un buon argomento per partire con la raffica di imprecazioni. Quindi il consiglio che vi do è di agire sempre in sicurezza, lontani da strade e traffico, e ricordare di portarsi un kit di pulizia, una semplice pompetta può bastare. Io ne ho trovata una sul posto, ma per farmi capire da chi me l’ha venduta per 3 euro ci ho messo 30 minuti. E pensare che ne stava usando proprio una per pulire un sensore di una Canon, in quel momento. Strano.

Come vedete, in Cambogia è facile trovare tecnici che ogni giorno puliscono sensori; questo vi dà il quadro del rischio che si corre se non si sta attenti.

Sostegni sì, sostegni no

In questo la Cambogia non è molto diversa da altre parti del mondo. Il tanto amato treppiede, quello strumento che ti permette di ritrarre paesaggi meravigliosi, di creare time lapse e in generale di dare stabilità alle immagini viene spesso maltrattato dalle autorità.

Ecco, vi dico solo che ho dovuto praticamente girare tutto a mano. Ho usato il treppiede solo nei posti privati o all’esterno dei templi. Nella maggior parte dei casi, ovunque appoggiassi le zampette del tripod, era un “Chi è lei?”, “Per chi lavora?” “Perché è qui?”. Certo, se avessi voluto sganciare qualche dollaro avrei potuto continuare, ma alimentare il mercato della corruzione non era il mio intento (funziona così in tanti posti nel mondo). Comunque tenetene conto. Ci vuole un po’ d’ingegno e di scaltrezza.

Sono riuscito a evitare le guardie per un bel po’ al Bayon e usare pure uno slider, controllando chi controllava me, anche se poi sono stato sgamato e invitato a abbandonare i sostegni, per la serie “puoi riprendere ciò che vuoi ma solo se il girato viene tutto mosso…”.

Ah, dimenticavo! Il tuk tuk, se avete uno stabilizzatore o una gimball da paura, è un buon camera car. Le strade sono dissestate e loro guidano nel disagio, le mie prime immagini mi hanno obbligato a desistere.

Scopri il set up del videomaker solitario nell’articolo precedente
– Come ho girato un documentario da solo –

I Cambogiani

I cambogiani sono un popolo meraviglioso, ti risolvono un sacco di problemi come il migliore dei maggiordomi della regina d’Inghilterra, fanno chilometri se hai dimenticato una SD in hotel pur di esserti utili. Però cose troppo semplici, o un rendimento continuo non potete chiederglielo, perché dopo un po’ staccano la spina, e soprattutto prima di averci a che fare sarebbe opportuno imparare alcuni loro usi, perché sono diversi dai nostri, molto diversi. E poi una cosa affascinante è la lingua, affascinante quanto problematica quando hai intenzione di intervistarli. Serve un english translator, che traduca la lingua Khmer in inglese ammesso che poi tu sappia l’inglese.

E per finire il tono di voce. Se sapete parlare cambogiano potete dire al protagonista della vostra intervista queste parole និយាយកាន់តែខ្លាំង, che significano “parla più forte”. È loro abitudine parlare quasi sottovoce e farsi sovrastare da ogni rumore presente nell’ambiente.

Insetti ovunque

Devo ammettere che mi rendo conto di quanto mi piaccia il mio lavoro nel momento in cui, mentre giro, non mi accorgo delle cose che nella vita comune mi spaventano di più. Sì, soffro di entomofobia, la paura per gli insetti, e come bene si può immaginare in Cambogia di insetti se ne trovano ovunque e a stormi.

Il problema più grosso è quando devi fare interviste all’aperto. I grilli friniscono a ogni ora. Quando ho intervistato Chany, un giovane imprenditore della zona di Puok, si erano fatte le 5 del pomeriggio per esigenze di planning, e i grilli non davano tregua creando una frequenza di suoni simile ad un martello pneumatico. E come se non bastasse, all’accensione del pannello led siamo stati aggrediti da sciami di moscerini. Ecco, la scena per chi la vedeva da fuori mostrava 4 pazzi che si picchiavano da soli, e due individui che invece rimanevano impassibili nonostante la quantità innumerevole di nematoceri.

Poco sopra vi ho spiegato della diversità di cultura. Pensate che il mio compagno di viaggio ha dovuto spiegare ai cambogiani che il nostro comportamento non era offensivo ma normale nella nostra cultura, cioè scacciare i moscerini era una cosa normale per noi. Anche su questo grande stima e rispetto per il popolo Khmer. Detto ciò, decisi di ripetere l’intervista la mattina dell’ultimo giorno di riprese, ma ahimè anche la mattina i grilli fecero la loro comparsa. Quindi per fare interviste nella giungla cambogiana dovete attrezzarvi di sistemi audio professionali, o accontentarvi di tornare con grilli parlanti.

Le piogge e la luce

In Cambogia difficilmente sentirete freddo, in qualsiasi stagione voi siate, ma se partite come me fra ottobre e novembre di sicuro vi imbatterete nella parte finale della stagione monsonica, ricca di piogge e nuvoloni. E cosi a predominare sarà il colore grigio. Ho più volte tentato di abbandonare il profile picture slog 3 disperato dal fatto che non vedevo un minimo colore nel mio monitor. Ovviamente quando piove diventa impensabile trovare soluzioni, perché si parla di temporali abnormi di pochi minuti ma violenti, quindi se è il momento della natura, fatele fare il proprio corso. Scherzi a parte, delle coperture per le camere sono sempre gradite.

Riguardo alla luce tengo a ricordare solo che ci si trova in un emisfero in cui il sole sorge presto (insieme ai canti che arrivano dai megafoni cittadini, e al richiamo dei gechi sui muri) e tramonta molto presto, intorno alle 17 circa (ovviamente mi riferisco al mio periodo di permanenza, ovvero i primi di novembre). Importante tenere conto degli orari d’alba e tramonto in fase di pianificazione.

Alcune difficoltà nel girare un documentario in Cambogia sono le strade fangose

Ovviamente quanto scritto è frutto della mia esperienza, condizionata dal periodo in cui ho affrontato il mio viaggio. Alcune di queste cose potreste non riscontrarle o trovare altre difficoltà. In fin dei conti in quale paese non esistono problemi per un videomaker?

Vi annuncio però che in Cambogia esistono anche tanti aspetti veramente incredibili per un videomaker, landscape inimmaginabili, tramonti sulle risaie da batticuore, cobra e serpenti per i più coraggiosi, elefanti e scimme libere e templi alla Tomb Rider.

Ma di questo parlerò nel terzo episodio di Videomaking in Cambogia: 7 cose meravigliose che devi sapere se vuoi girare un video in Cambogia.

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